Stanotte il mio inconscio mi ha portato in guerra. È finita male. Negli ultimi istanti, ho capito una cosa importante. E l’ho urlata.
Questa notte ho sognato di essere negli Stati Uniti, in una casa per me molto familiare. Sopra la mia testa il ronzio lontano dei droni. Riesco a vederne uno: bianco, con le luci di posizione ben in vista, che sorvolava il lembo di terra in cui mi ritrovavo come un condor aleggia vorticoso sui capi di bestiame, in attesa che uno schiatti e si lasci strappare la carne.
La preoccupazione sale. Non riesco a non pensare che quel posto – all’inizio familiare – potrebbe trasformarsi in una tomba. Non ero solo: con me c’era un amico e collega. A lui rivolgo il mio urlo:
DEVO TORNARE IN EUROPA! IO SONO EUROPEO E SE DEVO MORIRE PREFERISCO MORIRE DA EUROPEO A CASA MIA, NON IN QUESTO POSTO DI MERDA!
Subito dopo, il drone avvia la sua attività offensiva: bombe intorno all’abitazione, poi il colpo diretto. L’ultima scena mi vede nella rampa delle scale – anche quella familiare, anche quella buia – scossa da vibrazioni sempre più forti. Neanche quella familiarità viene risparmiata. Il sogno si chiude con il tetto che si sbriciola sulla mia testa. Poi il buio.
La mia terapeuta mi ripete spesso che l’inconscio svela pensieri che la parte cosciente non riesce a percepire nemmeno nei momenti di riflessione più intensa. È molto probabile, quindi, che io abbia sviluppato una distanza emotiva profonda dagli Stati Uniti travolti dalla follia di Trump e dei suoi galoppini dalle scarpe larghe. Del resto, quel posto di merda mi era uscito con una enfasi che non lascia spazio a molte interpretazioni.
Ma c’è di più. Quella sottolineatura – io sono europeo – aveva qualcosa di più di una semplice constatazione geografica. Era l’invocazione di una formula magica e protettiva.
Essere europei, oggi, significa vivere con diritti, libertà e un senso della società tra i più avanzati al mondo. Non è un’affermazione retorica: è una condizione concreta, che gli anticorpi delle nostre democrazie continuano – ancora, per ora – a difendere.
Per ora. Perché nulla è eterno, e non si può dare per scontato che la degenerazione americana incarnata da Trump non possa percorrere anche le strade di Roma, Parigi, Varsavia o Madrid.
Ho sempre creduto che difendere la cultura e la società europee sia una missione generazionale. E che la generazione chiamata a stare in prima linea sia la nostra: i Millennials, nati con la caduta del Muro di Berlino, e la Generazione Z, cresciuta a cavallo tra i due millenni. Siamo stati i primi a conoscere l’Erasmus, a varcare confini senza checkpoint, a immaginare l’Europa non come concetto geografico ma come spazio politico vissuto. Siamo nati lontani decenni dall’ultima guerra mondiale – lontani abbastanza da non temere ciò che i nostri nonni avevano imparato a temere nel modo più brutale.
Ed è esattamente questo che ci rende vulnerabili.
Cosa implicherebbe una guerra – vera, fatta di bombe e droni come quelli del mio sogno – per noi che non sappiamo nemmeno quanto pesi un elmetto militare sulla nostra testa? Sarebbe devastante. Vedremmo distrutta la dimensione in cui siamo nati, cresciuti, e in cui avevamo immaginato di costruire le nostre vite, per mano di leader più anziani di noi e collaborazionisti, con una mentalità che credevamo di aver lasciato nei libri di storia.
Se Marx ed Engels chiamavano a raccolta i proletari di tutto il mondo contro il capitalismo che schiacciava la dignità umana, oggi, in favore di un’Europa forte e capace di preservare la pace e i diritti umani e civili, potremmo dire:
Millennials e GenZ di tutta Europa, unitevi!
