La Grazia, l’ultimo film di Sorrentino racconta un Presidente della Repubblica alle prese con il fine vita e i suoi tormenti interiori.
SPOILER ALERT
Mariano De Santis, prima di essere un presidente, è un uomo fragile e rigido, un marito tradito e innamorato, un padre taciturno e riflessivo, un giurista proficuo e stimato, in un’eterna dialettica con il dubbio.
Il Presidente De Santis è alle porte del suo semestre bianco da Presidente della Repubblica, l’anticamera della fine del suo settennato. Un periodo nel quale alcune delle prerogative e dei poteri attribuiti dalla Costituzione al Capo dello Stato sono congelati. Un lasso di tempo entro il quale si tirano le somme su quanto fatto e si organizza il dopo. Il dopo di un ex Presidente e il dopo della Presidenza.
Cattolico e sottratto alle logiche partitiche, le sue qualità da grande giurista gli consentono di destreggiarsi tra le increspature della politica italiana, risolvendo sei crisi di governo e consentendo al Parlamento e dunque al Paese di preservare la continuità istituzionale. Per questo è molto apprezzato e i cittadini gli riconoscono il merito.
Eppure, con un bilancio che può certo definirsi positivo, il Presidente vive un tormento interiore: la sua defunta moglie, 40 anni prima, lo aveva tradito ma non sapeva con chi. Una tragedia sentimentale che lo ha segnato per il resto della vita e che si risolverà (o quasi) al termine del racconto.
La Grazia, l’ultimo film di Paolo Sorrentino, in sala dal 15 gennaio di quest’anno, ruota attorno al concetto di eutanasia, il quale assume sfumature diverse e declinazioni condizionate dal punto di vista di alcuni personaggi.
Il primo confronto con esso arriva da un disegno di legge sul fine vita che il Presidente, bloccato da dubbi e un timido sentimento religioso, rimanda al mittente sollevando perplessità anche sulle virgole.
Il secondo approccio all’eutanasia sorge da due richieste di grazia su cui è chiamato a pronunciarsi. Riguardano due condannati in via definitiva per omicidio, gesti estremi mossi da condizioni intime e dolorose che riescono a muovere l’inconscio di De Santis, ancora rigido. Come un cemento armato.
Ma sarà la sofferenza di un animale a fare la differenza, un altro essere vivente che meritava la dignità anche nella morte, ma che l’eterna attesa del Presidente non ha permesso che arrivasse in tempo.
L’ultima opera di Sorrentino dunque parla del rapporto che abbiamo con la morte e in particolare dell’arbitrio che gli esseri umani esercitano verso di essa. Ma l’eutanasia non significa solo l’atto che pone fine alla vita di un’altra persona. L’eutanasia può concretizzarsi anche in chi è ancora vivo. In chi non riesce a fare i conti con il passato, a tal punto da vivere il presente solo in funzione dei ricordi e di quanto questi possano essere stati o meno struggenti. Lo scorrere del tempo impone una domanda: di chi sono i nostri giorni? Anche a questa domanda, il Presidente troverà la risposta, del tutto non scontata.
La burocrazia… serve proprio a questo: a non prendere decisioni affrettate.
Sorrentino rende incandescente il significato di un’altra parola: grazia. La grazia non solo come concetto giuridico, dal quale certamente trova origine il travaglio interno del Presidente. Ma la grazia come capacità di dare tregua agli altri e a sé stessi. Dalle sofferenze, dalle perplessità, dalle complessità che la vita ci pone davanti e che alcune volte autogeneriamo. E forse, alla fine, il Presidente Mariano De Santis la grazia la concede, prima di tutto, a sé stesso.
Che possiate o meno alzarvi dalla poltrona del cinema e rimanere in silenzio per qualche minuto, travolti dai vostri pensieri, La Grazia è un film che va guardato senza pregiudizi o aspettative. Credo vada messa a tacere quella voce nella testa che ci porta ad approcciarci a un’opera sulla base delle idee che ci siamo fatti prima ancora di fruirne.
La Grazia si inserisce armoniosamente nella narrazione sorrentiniana dei nostri giorni, ma non è più o meno di altri suoi film. È qualcosa di diverso. Diverso da Parthenope, da È stata la mano di Dio, da La Grande Bellezza e da Il Divo. Non supera, non indietreggia, non si affianca. È semplicemente altro e va bene così.
