Intervista all’Arcivescovo di Brindisi-Ostuni, SE Mons Giovanni Intini.
Tra pochi giorni, la Chiesa cattolica romana concluderà l’Anno Santo, un momento importante per la Comunità dei fedeli di tutto il mondo che hanno celebrato le liturgie del Giubileo non solo a Roma ma in tutto il mondo. Anche la Puglia ha avuto le sue chiese giubilari – ottanta, per la precisione – in cui è stato possibile partecipare ai momenti di raccoglimento e di preghiera, guidati dai ministri della Chiesa che ogni giorno esercitano il proprio cammino pastorale accanto alle proprie Comunità.
Per tale ragione, abbiamo voluto ascoltare la parola di un autorevole e stimato Ministro della Chiesa, con una storia personale e religiosa radicata in Puglia e che oggi guida l’Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni: S.E. Mons. Giovanni Intini, Arcivescovo di Brindisi-Ostuni, che qui ringraziamo per la sua disponibilità e gentilezza con le quali ha voluto rispondere alle nostre domande.
Eccellenza, da Febbraio 2023 ha avuto inizio il suo ministero come Arcivescovo dell’Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni. Quali urgenze concrete vede nelle nostre comunità e quale ruolo la Chiesa dovrebbe assumere oggi per affrontarle senza rifugiarsi nelle formule generiche del passato?
Desidero, prima di tutto ringraziare per l’attenzione che mi avete riservato coinvolgendomi attraverso questa intervista. Sicuramente il cammino sinodale che ha visto sia la Chiesa universale, che quella italiana impegnata in questi anni, per volontà del compianto Papa Francesco, ha consentito alla Chiesa stessa di prendere coscienza del profondo cambiamento in atto, che lo stesso Papa Francesco definiva come cambiamento d’epoca, dunque qualcosa di grande e radicale. In tutto questo la Chiesa non può restare a guardare ma deve interrogarsi sullo stile nuovo di abitare il mondo e di svolgere la sua missione. Proprio dal cammino sinodale è emersa la necessità di una nuova e adeguata trasmissione della fede, perché si rileva sempre di più che pur restando alto il numero di coloro che si dicono cattolici, è vertiginosamente calata la percentuale di coloro che partecipano alla vita cristiana delle comunità. Questa discrepanza dice che qualcosa non sta funzionando e che c’è bisogno di un modo nuovo di essere Chiesa e di evangelizzare, attraverso una missione che coinvolga tutti i membri delle comunità cristiane. Qualche anno fa fu pubblicato un libro del Prof. Riccardi dal titolo emblematico: La Chiesa brucia, in questo testo si sosteneva la tesi, condivisibile che quello che sta bruciando è un certo modo di essere chiesa e da questo processo di purificazione deve venire fuori un modo nuovo, più evangelico di essere chiesa. Un modo essenziale, povero, snello di essere quella chiesa che Gesù ha voluto, senza tanti orpelli che hanno caratterizzato il passato. Poi, accanto all’urgenza della trasmissione della fede, c’è l’urgenza della carità. Le indagini statistiche oneste rilevano la crescita della soglia di povertà e l’aumento dei poveri che non riescono a vivere dignitosamente, e il sorgere di nuove povertà legate al disagio di vivere e a tante patologie psichiche. Perciò, come Chiesa cerchiamo di organizzarci attraverso la diffusione capillare sul territorio delle Caritas per rispondere a questi bisogni, ma anche di organizzare percorsi educativi per accompagnare chi vive disagi, per metterli nelle condizioni di ritrovare una certa autonomia e dunque, quella necessaria dignità. Non può mancare, poi, quell’azione politica, nel senso di azione all’interno della polis, della città, per collaborare, nel rispetto delle diverse responsabilità istituzionali, alla rimozione delle cause della povertà e del disagio, attraverso politiche sociali, sanitarie, familiari concrete ed efficaci. La Chiesa senza abdicare alla sua missione evangelizzatrice, si pone nel mondo con lo stile del buon samaritano per curare le tante ferite che gli uomini e le donne del nostro tempo portano nella loro carne, e non ultimo la Chiesa si pone come ambasciatrice di pace, attraverso una educazione alle pace, alla non violenza, al rispetto della diversità e all’accoglienza che vede coinvolte tutte le comunità ecclesiali, perché, come ribadito da Papa Leone XIV, è la relazione con Cristo che ci chiama a sviluppare un’attenzione pastorale sul tema della pace.
Nel suo lungo cammino pastorale, qual è stato l’episodio – una decisione difficile, un imprevisto, un incontro – che ha realmente cambiato il suo modo di essere sacerdote?
In realtà non c’è stato un particolare episodio, ma la volontà di cambiamento che mi è stata insegnata negli anni della formazione e che mi accompagna tuttora. Chi si pone alla sequela di Gesù non può rinchiudersi in qualche rigido schema per difendersi dagli eventuali imprevisti della vita, ma essere sempre attento e disponibile a lasciarsi cambiare anche dai fatti, dalle persone, dagli eventi comuni della vita, perché Dio parla attraverso queste circostanze. Certo, mi accorgo che più passa il tempo e più su tante cose si diventa più sapienti, più prudenti, più riflessivi e magari, rivedendo alcuni episodi del passato ci si accorge che potevano essere gestiti diversamente, ma la vita si impara vivendo. Sono convinto che quello che ha cambiato il mio modo di esercitare il ministero sacerdotale è stato l’incontro con le persone, con i loro problemi, le loro domande, le loro ferite, le gioie, perché mi sono accorto che solo prendendo sul serio il Vangelo di Gesù e la vita concreta delle persone si comprende il progetto salvifico di Dio.
Quando ha saputo che sarebbe stato ordinato Vescovo, qual è stata la sua reazione più immediata, concreta? Non il pensiero formale, ma ciò che ha sentito e fatto in quei primi minuti.
Sicuramente confusione, smarrimento e un grande segno di inadeguatezza. Quando il Nunzio mi comunicò la volontà di Papa Francesco di mandarmi vescovo a Tricarico, io non sapevo nemmeno dove fosse, mi tranquillizzai quando il Nunzio stesso mi parlò di Basilicata, che conoscevo per alcune belle amicizie maturate negli anni della formazione in Seminario. Superato lo smarrimento dei primi minuti, dissi subito di si, del resto l’obbedienza è anche fidarsi, di Dio, prima di tutto, ma anche del Santo Padre, che ha certamente fatto un discernimento con i suoi collaboratori e ha fatto una scelta, che ho accolto con fiducia.
Da nocese e da ex Parroco della Chiesa Madre di Noci, quale ricordo di quel periodo continua ancora oggi a influenzare il suo modo di guidare una diocesi?
Il ricordo della terra che mi ha generato è impossibile cancellarlo e confesso che spesso mi manca, perché nonostante Brindisi non sia così lontana, tuttavia bisogna dare priorità alle responsabilità. Sono stato parroco a Noci, in Chiesa Madre, solo nove mesi, tuttavia sono stati mesi intensi, in cui ho potuto, solo in minima parte, restituire in termini di servizio tutto quello che la comunità nocese mi ha dato e di cui vado sempre fiero. Ora mi porto dentro il marchio di nocesità, che ho imparato a valorizzare soprattutto da quando vivo fuori e ad esibire come distintivo di identità, non di campanilismo, ma di profonda appartenenza, certamente alla mia famiglia, ma anche a persone che non ci sono più, ma il cui ricordo è più che mai vivo e di cui si fa memoria vivendo tante circostanze, in cui si richiamano alla mente esempi, insegnamenti, detti, o anche semplici battute o modi dire che sono rimasti indelebili nella memoria, e poi i luoghi, le strade, le gnostre, le vicende, le storie, tutto un patrimonio da custodire gelosamente.
Nel suo ruolo nella Conferenza Episcopale pugliese e nella Commissione della CEI per la Dottrina della Fede, quale questione ritiene non più rinviabile per la Chiesa italiana sotto il pontificato di Papa Leone XIV?
Oggi davanti alle numerose difficoltà che anche noi come Chiesa incontriamo, soprattutto perché molti stanno imparando a vivere senza Chiesa e purtroppo senza Dio e il ruolo della Chiesa non ha più la rilevanza di un tempo, corriamo il rischio di vivere una certa depressione da resa, che ci fa rifugiare in luoghi protetti, in attesa di tempi migliori. Questo è profondamente sbagliato, oltre che antievangelico. Il Vangelo non scappa, Gesù Cristo stesso non è mai scappato davanti alle difficoltà ma le ha affrontate; per cui oggi è fondamentale e necessario rendere essenziale, snella, semplice la Chiesa perché sappia abitare la complessità di questo tempo, portando la forza e la luce del Vangelo nelle realtà concrete del vissuto della gente e questo non è solo compito del clero e dei religiosi, è compito di tutto il popolo di Dio, è compito dei laici. Tante volte nella Chiesa si è parlato della missione dei fedeli laici nel mondo, questa mi sembra l’ora propizia in cui lavorare per un serio, concreto e competente coinvolgimento dei laici nella missione della Chiesa e soprattutto per l’impegno responsabile nella società. Tutti constatiamo che la politica oggi è malata di protagonismo, vive di slogan, ha perso il contatto con la realtà e la cosa più preoccupante è che rischia di ammalarsi la democrazia e di aggravarsi il distacco dei cittadini dalle responsabilità civili, sociali e politiche. Come Chiesa dobbiamo formare donne e uomini capaci di assumersi la responsabilità di impegnarsi nella politica, attingendo alla Dottrina sociale della Chiesa quegli elementi importanti e basilari per una azione politica orientata all’attenzione alla persona umana e alla sua dignità, al bene comune, ai diritti delle persone, all’attenzione alle persone fragili, al lavoro, alla scuola e alla sanità. La visione antropologica cristiana ha bisogno di trovare il suo spazio nel dibattito attuale e confrontarsi con altre visioni, attraverso un dibattito sereno e non con sterili contrapposizioni ideologiche e questo è compito di un laicato cristiano illuminato, formato, democratico, pronto alla testimonianza cristiana anche nell’attuale agorà. Noi come vescovi dobbiamo esercitare il nostro compito di presenza nella vita delle nostre comunità civili ed ecclesiali, ma non supplire o sostituirci al ruolo importate dei laici. Questa rifioritura di un laicato cattolico impegnato nella società non è più rinviabile.
– Articolo pubblicato sul mensile “Insieme per la Puglia” (n. 26)

