Ricordi da un passato non molto lontano, per non dimenticare le nostre radici.
“L’aneme di muerte, ma de’ na fiche?”.
Per chiunque provenga da Noci, questa domanda risulterà familiare. Per decenni, questa tradizione popolare ha accompagnato la commemorazione dei defunti nella nostra comunità cittadina, ogni 2 di novembre.
Da bambino recuperavo dall’armadio dei miei nonni e dei miei genitori alcuni indumenti che mi permettessero di vestirmi per il tanto atteso giro del paese: una giacca di mio padre, la coppola di mio nonno e un bastone tipicamente utilizzato dagli anziani claudicanti. Tanto bastava per sentirmi calato nel personaggio, munito di una sacca di plastica da riempire con i doni che avrei racimolato durante il tragitto. Insieme a me, altri amici altrettanto travestiti di tutto punto. I più “professionali” indossavano vestiti di carnevale a tema horror: costumi da scheletro, da strega, da mostri di ogni tipo e forma. Tutti insieme, come dei musicanti di Brema (ma senza strumenti musicali), casa per casa ripetevamo il rito:
– “Chi è?”
– “L’aneme di muerte, o’ ditte mammé ma dé na fiche?”
– “Adòvve l’a’ mette?”
– “Jind’o’ veddìche”
Le porte delle abitazioni dei nocesi si aprivano, in segno di ospitalità e di compartecipazione ad una tradizione che sentivamo come parte del nostro DNA. Dolci, caramelle, frutta secca e frutta di stagione (le clementine e le castagne facevano da padrone) venivano distribuiti ad ognuno di noi. E puntualmente ci si confrontava sul tesoretto, scambiando come figurine le delizie raccolte.
La passeggiata tra le vie del centro abitato proseguiva fino all’ora di cena, in una Noci che si riempiva di gruppetti di bambine e bambini che urlavano a squarciagola la formula rituale, cercando di ottenere qualcosa prima che le riserve, anche delle più generose signore, arrivavano a termine. La delusione di trovarsi davanti ad una porta e sentirsi dire che era terminato tutto era possibile e quando capitava era cocente.
Questo rito collettivo aveva un senso profondo, perché teneva salda la memoria dei congiunti che non sono più tra noi, nella convinzione che i defunti non ci abbandonino del tutto. Questa idea era ancor più avvalorata dall’usanza di imbandire la tavola con del cibo da offrire alle anime, affinché potessero banchettare nelle case dei propri cari.
Parlare al passato di una tradizione può significare due cose: di averla vissuta e ricordarla con nostalgia, oppure di tramandarne la memoria collettiva. Credo, con questo pezzo, di fare entrambe le cose. E se da un lato ci sono i miei ricordi, dall’altra c’è la constatazione che un tempo passato non tornerà e che le mode soppiantano le tradizioni, soprattutto in un mondo globalizzato come il nostro. Oggi c’è Halloween, con il suo consumismo e i gin tonic al posto delle noci e dei “gingerini”. Dobbiamo quindi rassegnarci alla lenta e agognante scomparsa di ciò che è stato tramandato di generazione in generazione? Forse sì, perché tutto cambia e anche il più tenace dei tradizionalisti poco potrebbe di fronte alla contaminazione culturale tra mondi sempre più vicini. Nel solco della nostra evoluzione culturale, l’importante è non dimenticare chi siamo stati. E chissà, se nell’eterno ritorno dell’uguale, tornerà l’essenzialità delle clementine e delle mandorle secche.
