Di Cagno Abbrescia, l’ultima intervista

Intervista all’On. Simeone Di Cagno Abbrescia, già Sindaco di Bari (1995 – 2004) e deputato di Forza Italia (XV, XVI Legislatura).

A quando risale il momento in cui decise di volersi candidare a sindaco di Bari? Ci fu un momento o un accadimento particolare che portò a questa scelta?

A dire la verità, non fui io a volermi candidare: verso la fine del 1994, fui avvicinato da esponenti apicali della Margherita che mi chiesero se avessi voluto prendere in considerazione la possibilità di candidarmi a Sindaco della Città. Non più di qualche giorno dopo, mi chiamò Pinuccio Tatarella, una persona che a Bari tutti conoscevamo. All’epoca frequentava molto il Palace Hotel. Ricordo che mi disse: “io devo fare le liste: vuoi fare il Presidente della Regione, il Sindaco di Bari o il Presidente della Provincia?”. Io presi del tempo per decidere (lui si infastidì per non avergli risposto subito) e, quando tornai da lui, dissi che volevo fare il candidato sindaco. Da lì la sua conferenza stampa all’Oriente e il lancio ufficiale della notizia. Da lì capii che Pinuccio era un uomo concreto e costruttivo. Facemmo l’en plain: Salvatore Distaso diventò Presidente della Regione, Francesco Sorrentino fu eletto Presidente della Provincia ed io Sindaco di Bari.

Lei è stato eletto Sindaco nel 1995, il primo Sindaco di Bari scelto direttamente dai cittadini. Come fu vivere quella campagna elettorale?

Naturalmente, io non avevo vissuto la politica dal punto di vista della Prima Repubblica, dove il consiglio comunale aveva un ruolo rilevante sul piano amministrativo a tal punto che anche l’acquisto di una risma di fogli passava dal voto dell’Assise comunale. La classe politica non era abituata a questo nuovo approccio che aveva portato con sé la riforma della Pubblica Amministrazione.

Quando fui eletto sindaco scelsi di comporre la mia giunta con assessori esterni, tanto che alcuni mi accusarono di aver creato una giunta di sinistra. In realtà, avevo preso contatti con Riccardo Illy, mio amico, il quale era stato eletto sindaco a Triste poco prima di me e che aveva composto a sua volta la giunta in modo molto simile alla mia. In virtù di questa amicizia, lui mandò giù a Bari il suo responsabile, che stette qui da noi per circa un mese e quindi composi la mia squadra con persone che ritenevo essere di estrema fiducia e che fossero in grado di portare avanti una svolta. Un sindaco eletto direttamente dai cittadini lo carica di grande forza e autonomia politica, ma anche di responsabilità diretta nei confronti dell’elettorato che lo ha eletto.

Che Bari trovò, dopo il suo insediamento a Palazzo di Città?

Nel 1994, Bari era stata toccata da quella che potremmo definire una “Tangentopoli barese”, l’Operazione “Speranza” che, oltre alla Cassa di Risparmio, coinvolse due ministri come Lattanzio e Formica e che portò all’arresto del Sindaco Memola. Io venni eletto in un momento in cui Bari era nota per essere la “città degli scippi” e per l’Operazione “Speranza”. Un periodo particolarmente nero: avevamo il compito di ridarle credibilità come città importante del Mezzogiorno, ma anche sul piano nazionale e, dove possibile, a livello internazionale. Per questo scelsi, tra le altre cose, di nominare un ex Generale dei Carabinieri come assessore alla Polizia Municipale e alla Sicurezza. Bisogna ricordare che i turisti venivano scortati su Via Napoli fino al Porto. C’era uno spaccio capillare di droga nella Città Vecchia, tutti sapevano che si spacciava droga a Largo Sant’Onofrio, a Piazza dei Gesuiti vicino a Piazza Mercantile ma nessuno interveniva. La città era spenta e si era rivoltata su sé stessa. Ricordo che anche i dirigenti comunali erano rassegnati all’idea che la Città fosse in uno stato negativo.

Quali sono state le scelte fatte da Sindaco di cui va più fiero?

Sicuramente il Piano Urban per cui bari aveva ottenuto un finanziamento di 50 miliardi di lire ma che, a seguito di una mancanza di sovrapponibilità del piano regolatore, dei piani particolareggiati e della Città Nicolaiana, rischiava di essere perso. Da lì cominciai a creare tutta l’organizzazione necessaria a salvare il progetto. Chiamai i progettisti e li chiusi all’interno della sala consigliare: spiegai loro quale fosse il problema e dissi “Bari non può permettersi di perdere questi finanziamenti, quindi ora vi chiudo. Quando avrete trovato la soluzione, voi mi chiamate ed io vi apro”. Da lì siamo partiti e nel giro di brevissimo tempo mettemmo in riga questo provvedimento. Creai un timbro rosso che segnalava la precedenza sulle cartelline dei provvedimenti che riguardavano il Piano: quando i funzionari vedevano quel timbro dovevano lasciare quello che stavano facendo e dedicarsi a tempo pieno a quella pratica. Da lì cominciammo a rilanciare la Città Vecchia.

Poi ci sono i Giochi del Mediterraneo: la città si presentava priva degli impianti idonei e ci fu una rincorsa commovente per recuperare quanto necessario. È stata sicuramente un’esperienza che ancora oggi mi fa rizzare i capelli ma ci ha insegnato molto anche per le sfide amministrative successive.

Non dimentico, inoltre, quando realizzammo quella che oggi è considerata la “spiaggia dei baresi”, cioè Pane e Pomodoro. Restituimmo alla cittadinanza un pezzo di costa che da quel momento è diventato un luogo fondamentale per i baresi che ogni anno si godono il mare rimanendo in Città.

Qual è stata la sfida più difficile che ha incontrato durante il suo sindacato?

Il Piano Urban e i Giochi del Mediterraneo, come le dicevo. Ma anche il ricreare un clima operativo e collaborativo tra tutti gli uffici. Le nomine dei nuovi dirigenti. Creare dei nuovi stimoli per la Città che potessero riattivarla e a muoversi. Questo è stato possibile anche grazie al grande lavoro svolto dagli assessori che puntavano ad ottenere il risultato migliore per la Città.

Un’altra sfida difficile è stata la rivitalizzazione del corpo della Polizia Municipale, anche per rispondere alle esigenze di sicurezza che Bari aveva in quel momento.

Crede di aver lasciato una Città migliore di come l’aveva trovata?

Credo che su questo non ci siano dubbi. Favorito anche dall’elezione diretta, il Sindaco ha acquistato più forza sul piano politico e nei confronti della cittadinanza. Ricordo il più bel complimento che Pinuccio Tatarella mi ha fatto fu quello di dirmi: “pensavamo di aver eletto un sindaco elitario e invece ci siamo accorti di aver eletto un sindaco popolare”.

Durante gli ultimi 4 anni da Sindaco, alla Regione Puglia c’era Raffaele Fitto. Che rapporto ha avuto durante quella fase e che rapporto ha con lui oggi?

Raffaele Fitto coltiva e mantiene rapporti sul piano istituzionale. Fitto è bravissimo sul piano amministrativo, è uno di quelli che sa fare le delibere. Con lui abbiamo trovato quel tipo di collaborazione. Bari è stata orfana di un riconoscimento regionale: tutti i presidenti di regione originari di Bari, compreso Distaso, sentivano la necessità di non dover incentrare le loro politiche a favore della Città, per timore di essere tacciati per autoreferenzialità. Bari ha sempre pagato questo suo ruolo che non gli è mai stato riconosciuto al 100%. Si diceva che la salentinità primeggiava in Regione: sia perché molti dirigenti erano salentini, sia perché c’era questa “sofferenza” nei confronti del Capoluogo di Regione.

Ricordo che, quando Fitto ottenne una premialità dall’allora Comunità Europea, per aver rimesso in sesto la sanità pugliese, l’intenzione comune era di creare un nuovo policlinico nella zona dello Stadio “San Nicola”, realizzando un polo sanitario e di ricerca leader in tutto il Mediterraneo. Il progetto sfumò perché quando coinvolsi gli esponenti della sanità barese, la risposta fu “Sindaco, noi stiamo bene nell’attuale policlinico”. Con il senno del poi, credo di aver sbagliato a coinvolgere i medici over60 che avevano tirato i remi in barca ed erano preoccupati del cambiamento.. Avrei dovuto coinvolgere i medici quarantenni e, forse, il destino del policlinico sarebbe stato un altro.

Dopo di lei, arrivarono Michele Emiliano e la Primavera Pugliese, fino a Decaro. Che rapporto ha avuto e ha con i suoi successori? E che giudizio dà al loro operato da Primi Cittadini di Bari?

Non so perché sia stata chiamata “Primavera Pugliese”. Forse doveva chiamarsi “Estate Pugliese”, dato che la primavera l’avevamo portata noi. Il rapporto con Emiliano: sono stato io a passargli la fascia da Sindaco e a fargli gli auguri dopo il suo insediamento. Tuttavia, il rapporto tra me ed Emiliano è stato negativo i primi anni. Le ragioni me le spiegò tempo dopo, quando ci siamo incontrati e abbiamo iniziato a collaborare, come era giusto che fosse: lui mi trovava ovunque. Persino in Russia, durante un suo viaggio istituzionale, fui nominato spesso.

Emiliano, a mio avviso, soffrì molto il passaggio dalla magistratura al rapporto con la burocrazia della gestione amministrativa della Città. Viveva male il fatto che, ricorrentemente, da più parti, gli veniva riportata la mia persona e quello che avevo fatto. Naturalmente, con l’esperienza che ha fatto credo che anche lui sia stato un buon amministratore, come lo è tutt’ora.

Dopo il suo mandato da Sindaco è stato deputato della Repubblica nella XV e XVI Legislatura. Cosa le resta di quell’esperienza?

La più brutta esperienza della mia vita.

Addirittura! E come mai?

Sa, dopo aver fatto il sindaco e aver maturato una certa idea di politica attiva, essere chiamati a svolgere un ruolo quasi del tutto passivo, dove si votavano provvedimenti che non si sapeva da dove arrivassero, senza un reale coinvolgimento, non è stato facile. Questa sensazione non è stata solo mia: ricordo anche la presenza di altri ex amministratori locali che, come me, soffrivano all’idea di essersi allontanati da quella politica frenetica e di massima reattività, 24 ore su 24, che è quella tipica di un sindaco. In Parlamento finisci in una sorta di mare magnum, senza né capo né coda. Non mi è piaciuta come esperienza.

Alla Gazzetta del Mezzogiorno ha dichiarato che in politica c’è troppo disincanto e che servirebbe un Tatarella. Com’era Pinuccio Tatarella da vicino e perché lo ritiene un esempio da emulare, oggi, a distanza di così tanto tempo dal suo protagonismo nella politica pugliese?

Guardi, io Tatarella lo conoscevo da quando ero ragazzo. Lo conoscevo sì, ma non sul piano politico, sino a quando sono diventato sindaco. Lui non interveniva mai direttamente nella mia attività politica da primo cittadino, ma era molto attento agli sviluppi e voleva che io lo informassi costantemente. Lui aveva il suo ufficio in Via Putignani: era sormontato da carte e ritagli di giornale che lui quotidianamente leggeva. Le faccio un esempio di come lavorava Tatarella: io non ero interessato particolarmente all’aeroporto come attività amministrativa comunale, anche se ne riconoscevo l’importanza per la Città. Quando seppi che volevano realizzare solo l’aerostazione e il parcheggio, mi opposi ad un progetto così minimale, poiché ritenevo che Bari meritasse un aeroporto degno di questo nome. La Gazzetta mi dedicò un fondo in prima pagina con cui mi esortava a prendere i fondi che c’erano, rimandando eventuali questioni al futuro. Tatarella mi chiamò per chiedermi spiegazioni e quando capì le mie ragioni, organizzò subito una conferenza stampa perché voleva sostenere pubblicamente la mia posizione.

Grazie a Claudio Burlando, allora ministro dei lavori pubblici che io conoscevo in quanto già sindaco di Genova, riuscimmo poi ad ottenere i fondi necessari per poter realizzare un aeroporto alla portata di Bari e al turismo che la Città ha conosciuto negli anni a seguire. Il lavoro poi è proseguito, anche grazie al lavoro di Nichi Vendola e di Mimmo Di Paola, i quali riuscirono a stringere accordi importanti con le compagnie aeree, attivando nuove rotte.

Pinuccio guardava oltre: aveva una visione della politica non ristretta. Cercava di allargare, di lui si è detto che fosse il “ministro dell’armonia”, perché cercava di dialogare con più persone possibile. Sono convinto che con Pinuccio sarebbe cambiata anche la politica nazionale: Fini non avrebbe fatto gli errori che poi ha commesso e sarebbe stato il naturale erede di Berlusconi.

In sua assenza, Tatarella era contestato da tutti, ma quando arrivava otteneva il consenso unanime. Era una sorta di reverenza, ma non vuota. Era un riconoscimento al suo lavoro e alla sua persona.

Cosa ne pensa del centrodestra attuale, da Bari al Governo centrale? Si ritiene, oggi, più un elettore di centrosinistra?

Una svolta importante l’ha data la Meloni, la quale la vedo molto vicina allo spirito di Tatarella. La sua concretezza è molto simile a quella di Pinuccio.

A Bari, invece, vedo discorsi sempre uguali a quelli che si facevano 20 o 10 anni fa. Quando una classe dirigente non riesce a trovare dei candidati nuovi da proporre all’elettorato, mi lascia abbastanza dubbioso sull’effettivo cambiamento.

Io mi ritengo liberale, quindi sono libero. Sono tornato “mio”, libero da condizionamenti. Libero di ascoltare le persone e di vedere come si comportano. Di farmi una mia idea dello stato delle cose. Anche se devo dire che né da una parte né dall’altra vedo molta chiarezza, in questo momento.

Un’ultima domanda che non riguarda direttamente la politica, ma che ha una sua importanza per la Città di Bari: il Palace Hotel. Che fine farà lo storico albergo di proprietà della sua famiglia?

Deve tornare a sfavillare e noi stiamo lavorando in questo senso. Naturalmente non è un discorso semplice: è una struttura che va rinnovata. Abbiamo subito delle angherie dal gestore precedente, ma ci stiamo guardando intorno per poter trovare la migliore soluzione che possa restituirlo alla Città.

Articolo pubblicato sul mensile “Insieme per la Puglia” (n. 6)


Nota dell’autore: questa intervista è stata realizzata l’8 gennaio 2024 e pubblicata sul numero di Febbraio 2024 di “Insieme per la Puglia”. Con molta probabilità, anzi, quasi certamente, questa è stata l’ultima intervista pubblica rilasciata dall’Onorevole Simeone Di Cagno Abbrescia, scomparso il 29 marzo dello stesso anno.

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