Dialogo con il Professore ordinario di Economia Applicata dell’UniBA e autore del nuovo saggio edito da Laterza.
Nel nostro Paese si torna a discutere di autonomia differenziata, soprattutto a seguito delle richieste di attuazione giunte da parte della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia-Romagna.
Il Governo Meloni, spinto anche dall’anima leghista al suo interno, strizza l’occhio al regionalismo differenziato. Il rischio è di ritrovarsi davanti all’ennesima scelta micidiale a discapito del Sud, dopo le misure scellerate sul PNNR da parte del Ministro Raffaele Fitto.
Ne abbiamo parlato con il Professor Gianfranco Viesti, professore ordinario di Economia Applicata all’Università degli Studi di Bari, nonché autore di molti saggi tra cui “Contro la secessione dei ricchi. Autonomie regionali e unità nazionale”, edito da Laterza e pubblicato a settembre di quest’anno.
Professore, in quale contesto socioeconomico si è parlato per la prima volta di regionalismo differenziato in Italia?
È stato inserito per la prima volta in Costituzione con la riforma del 2001 una previsione molto singolare perché non è presente in altri Paesi europei.
In che modo il nostro Paese ha normato il regionalismo differenziato?
Il nostro Paese ha normato il regionalismo differenziato all’art. 116 comma 3 della Costituzione, prevedendo che le regioni a statuto ordinario possono chiedere ulteriori competenze, attingendo da una lunga lista di competenze previste all’art. 117 della nostra Carta costituzionale. Nello specifico, parliamo di 23 materie. Naturalmente con le competenze vanno poi trasferite anche le relative risorse, tenendo a mente quanto disciplinato dall’art. 119 della Costituzione, sul finanziamento delle regioni e degli enti locali.
Dal dibattito pubblico parrebbe che l’autonomia differenziata sia stata tirata fuori dal cappello solo oggi. Ma è davvero così?
Nel nostro Paese ci sono già state richieste di autonomia differenziate già in passato. In particolare, sono importanti quelle di Lombardia e Veneto 2006 e 2007. Tuttavia, nel 2008, a seguito della decisione del Governo Berlusconi di non prenderle in considerazione, finirono in un nulla di fatto. Dopo questo caso, si è tornati a discutere di autonomia differenziata solo a fronte di nuove richieste in tal senso, giunte a partire dal 2017.
Lei ha scritto di recente un libro intitolato “Contro la secessione dei ricchi”, edito da Laterza. Chi sono i ricchi in questo contesto?
Perché il titolo “Contro la secessione dei ricchi”: “secessione”, perché con le richieste attualmente in discussione si creerebbero delle vere e proprie regioni-stato all’interno del Paese, che avrebbero una sovranità pari a quella di uno stato nazionale. “Dei ricchi”, perché le regioni che hanno avanzato la richiesta di autonomia differenziata sono quelle più ricche del Paese: Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. La loro attuazione porterebbe i cittadini che vivono nei territori più ricchi ad avere maggiori servizi rispetto ai cittadini che vivono nei territori più poveri.
La lettura combinata degli articoli 5 e 119 della Costituzione parla di una Repubblica che, seppur una e indivisibile, prevede il più ampio decentramento amministrativo senza però dimenticare la perequazione tra regioni. In che modo il Governo Meloni farebbe saltare il fondo perequativo tra regioni?
Il fondo perequativo per le regioni non è mai stato davvero avviato. Perché per le regioni tutte le previsioni previste dall’art. 119 della Costituzione e dalla Legge n. 42/2009 non hanno fatto un passo avanti. Ad oggi, le Regioni sono finanziate a costo storico, mentre la sanità continua ad essere finanziata con criteri che non hanno nulla a che vedere con i meccanismi previsti dalla L. 42/2009. Ad oggi, quindi, non c’è alcun tipo di fondo perequativo.
Quali sarebbero i settori maggiormente colpiti dall’autonomia differenziata? Quale può essere l’esempio più semplice di ricaduta sulla vita dei cittadini dell’autonomia differenziata?
I settori di intervento pubblico oggetto di autonomia differenziata sono praticamente tutti tranne la politica estera, la difesa, la pubblica sicurezza e la giustizia. Dunque, cambierebbe radicalmente la struttura delle politiche dell’istruzione, della sanità, dell’ambiente, della cultura, delle infrastrutture, dell’energia e di molto altro, nel nostro Paese. Tutto questo potrebbe determinare, con il tempo, attraverso i meccanismi previsti, un maggior finanziamento per le regioni secessioniste e, conseguentemente, un minore finanziamento nelle altre regioni, con particolare riguardo a quelle del Sud. Una cosa concreta che può accadere è che, grazie ai medesimi meccanismi, i medici siano pagati di più nelle regioni ad autonomia differenziata, con il rischio di assistere, come documenta la Fondazione GIMBE, ad una migrazione di medici dalle regioni del Sud a quelle del Nord del Paese.
Possiamo considerare la scuola e la sanità i campi di battaglia su cui si consumerebbe l’autonomia differenziata, soprattutto a discapito del Sud? Quale idea ha su questi due settori strategici e sul destino del Mezzogiorno, se questo progetto andasse in porto?
Non sono solo la scuola e la sanità ad essere interessate, parliamo anche di infrastrutture, ambiente e cultura. Tra gli aspetti più negativi dell’intero processo c’è quella relativa alla concreta attuazione di queste norme che è demandata ad una normazione secondaria, da parte di una commissione paritetica. Quindi, ad oggi, ci mancano moltissimi particolari su come si strutturerebbero, a regime, i servizi pubblici in Italia. Certamente, a livello centrale rimarrebbero dei ritagli di competenze per altrettanti ritagli di territorio. Non c’è dubbio che, qualora l’autonomia differenziata fosse concessa alle prime tre regioni richiedenti, questa verrebbe richiesta anche da tutte le altre, dato che tutte le regioni a statuto ordinario possono richiederla.
Dovendoci muovere nel perimetro costituzionale, quale sarebbe la formula migliore per attuare l’autonomia amministrativa senza allargare ulteriormente il sempiterno divario tra Nord e Sud?
L’autonomia amministrativa è ampiamente realizzata, oggi, in Italia. È possibile accrescere l’autonomia degli enti locali e delle regioni, secondo l’art. 118 della Costituzione, senza l’autonomia differenziata, grazie ad un trasferimento di poteri verso il basso, verso tutte le regioni e, soprattutto, gli enti locali a cui dovrebbe spettare l’autonomia amministrativa.
Con questa richiesta, invece, le regioni secessioniste diventerebbero ancora di più degli enti di amministrazione e schiaccerebbero i comuni al loro interno. L’autonomia differenziata porterebbe ad un cambiamento che aumenta il potere delle regioni, marginalizzando sempre più il ruolo dei comuni. Il documento sul tema, redatto dall’ANCI, pone questo rischio chiaramente in luce.
Rispetto, dunque, alla richiesta di autonomia differenziata, l’unica cosa da fare è di respingerle in toto, perché non accettabili così come sono. È un processo politico che va respinto al mittente – alla Lombardia, al Veneto e all’Emilia-Romagna – perché se si comincia si sgretola l’unità sostanziale del Paese.
– Articolo pubblicato sul mensile “Insieme per la Puglia”
